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La storia del monumento

Il Santuario dell'Olmo, che era sorto con l'unico scopo di glorificare la Vergine e adunarvi i suoi fedeli, dopo di essere stato affidato all'Ordine dei Minimi, a poco a poco deviò. I buoni figli del Santo di Paola, pel troppo amore verso il loro S. Francesco, non appena di­sposero dei mezzi sufficienti, istoriarono con pagine bio­grafiche e taumaturgiche di Lui le pareti che sormontano le arcate ed i quadri del soffitto. Così alla veneratissima nostra Patrona rimase, nel suo Santuario, una parte molto secondaria, poiché  l'accantonarono sul 2° altare a sini­stra: di dove in seguito la trasportarono sul 1° altare, proprio daccanto alla porta, per assegnare anche a San Francesco la cappella rimasta libera.

Rimaneva da decorare l’abside? Ebbene fermatevi a guardare: la tela a destra e 1'affresco a sinistra narrano di S. Francesco; tra l'una e l'altro trovate un S. Pietro e un S. Paolo che chiudono in mezzo una Circoncisione; e sotto la volta s’incurva a buon fresco un Paradiso.

Della vita di Maria, nulla!

Fa meraviglia come i fedeli del tempo abbiano la­sciato correre. La posterità, non potendo correggere, al­meno attenuò il colossale errore. Poiché la pietà filiale s’addensò tutta nella minuscola cappella della Vergine: marmi e stucchi finissimi, balaustra pregevole, lampadari artistici, parati argentei e bronzei d’alto valore , arredi sacri preziosi, collane di gemme, corone d’ oro, cornici d’argento.

E si sarebbe continuato con questi criteri, lasciando nell'oblio il resto del magnifico Tempio.

La strana ipertrofia di vita religiosa, concentrata in­torno ad un altare secondario che pareva ridurre un poema ad un episodio, fu subito avvertita dai Padri dell’Oratorio, fin da quando assunsero la direzione del Santuario. Più tardi, Uno di essi, il Padre Mandillo, da amico sincero dell'arte, intravide la soluzione dell’arduo proble­ma, e la suggerì ai compagni: trasferire il taumaturgico Quadro sull’altare maggiore; elevano su di un trono mae­stoso come o più di quello della Vergine di Pompei; e come a Pompei le allegorie della Carità e della Pietà presso 1'Immagine narrano ai pellegrini del mondo intero la storia della città figlia del miracolo, così per noi quat­tro statue, a piè dell' Immagine sorridente dall’ Olmo, avrebbero riassunto la vita millenaria del popolo nostro.

Quando 1'idea parve matura e raccolse il consenso di tutta la Comunità, fu sottoposta all'approvazione del Vescovo, che la trovò bella, e con fervido slancio pro­mise di coadiuvare a realizzarla. Allora si cominciò a di­scutere sulla designazione dell'artista. Si richiedeva un grande scultore, e sopratutto uno scultore cristiano, che sapesse far palpitare nel marmo la pietà e la fede.

La vicina metropoli vanta nomi cèlebri in quest'arte; ma gli alti rilievi della gotica facciata del Duomo napole­tano, che sono, il capolavoro della moderna scultura sacra nel mezzogiorno, suggerirono un solo nome, Francesco Jerace.

Fu visitato il Maestro nel suo grande studio a Rione Amedeo, gli si confidarono le ansie dei devoti, si affida­rono al suo genio le speranze di Cava; ed egli venne tra noi, osservò la Chiesa con l’occhio sapiente di architetto e di poeta dello scalpello, pregò con la profonda anima di credente genuflessa a piè della Madre nostra, e pro­mise che di lì a qualche mese avrebbe mostrato il boz­zetto. Non nascondiamo la trepidazione del Vescovo e di tutti nell’attesa, trepidazione che non cessò quando i Padri Filippini ebbero visto ciò che lo scultore aveva ideato. L'ardimento della concezione, nuova nell’arte, di un albero di bronzo, avente ai piedi quattro grandiose statue di marmo, da un lato entusiasmava, riassumendo così in forme plastiche tutta la storia e la tradizione del San­tuario, dall’altro lasciava perplessi.

S. E. il Vescovo per liberare gli animi da ogni esi­tazione sottopose all’esame della Sacra Congregazione dei Riti una fotografia di quel bozzetto, e ne ebbe subito approvazione e rallegramenti vivissimi.

A Roma, dove nacque e si svolse e toccò le più eccelse vette l’arte cristiana per irradiarsi sul mondo, a Roma gli occhi esperti di eminenti ecclesiastici, che dopo decenni di studio e di contemplazione di sculture perfette sono in grado di dare un giudizio autorevole, a Roma fu trovato di una bellezza superba e di una pietà profonda il monumento ideato da Francesco Jerace.

Assodato questo primo passo, che era il più scabroso, cominciò la dura fatica della raccolta dell’obolo. Bisognava raggiungere una cifra altissima, forse favolosa se si tiene conto dei disagi economici del dopo-guerra; e il buon padre Schiavo, come il dantesco Provenzan Salvani, s’in­dusse a tremar per ogni vena.

Mentre a Napoli ferveva il lavoro dell'esecuzione, qui non meno alacremente si cominciò a scavare dietro l’altar maggiore per gettarvi le solidissime fondamenta, destinate a sorreggere l'enorme zoccolo del monumento. Di questa fatica assunse la gratuita direzione 1'indimen­ticabile mastro Andrea Napoletano, a cui la Vergine volle nei cieli dare il premio, anche prima che 1'opera fosse compiuta.

Quand’ ecco un delitto sacrilego gitta la costerna­zione ed il lutto nel Santuario e nell'intera città. Dei ladri, nella notte, da un campo vicino, per una finestra in costruzione, erano discesi in una stanza adiacente alla sagrestia, di dove, forzando la serratura, erano riusciti a penetrare in chiesa. Ivi il furto era tutt’altro che facile, perché il Quadro della Vergine col suo tesoro restava ben difeso dalla sua corazza di acciaio. Ma i profanatori, che avevano in precedenza accuratamente studiato il pia­no, con chiavi adatte facendo giocare i congegni, avevano asportato quasi tutti i monili preziosissimi della Vergine per un valore di forse L 30,000.

Chi ricorda la settimana di passione succeduta al sacrilegio, il pianto dei devoti che baciavano i gradini dell'altare, desolati come per la più grave delle domestiche sventure; chi ricorda il lugubre pellegrinaggio di riparazione, dal Duomo al Santuario, di migliaia di persone, a cui il Vescovo predicò il conforto e la speranza, potrà convincersi di una verità, che 1’ amore si ritempra nel dolore.

Riportiamo, qualche brano del suo discorso commo­ventissimo:

«......Quando nell’alba triste di un gelido mattino cominciò a circolare il sussurro pauroso del furto sacrilego, l’anima Cavese ripugnava a credere che mano d’uomo avesse osato spogliare la cara Vergine delle gioie, degli ori, degli argenti che amore di figli, gratitudine di sudditi aveva accumulati intorno all’effigie venerata; quelle gioie, quegli ori mani pietose li avevano collocati intorno al capo di Maria, perché ricordassero alle più lontane ge­nerazioni  i tesori di bontà che la Vergine dell’Olmo aveva profusi in questo piccolo lembo di Paradiso, consacrato nei disegni della Provvidenza al culto di Maria.

Dalla prima notte fortunata, quando prodigiose fiam­melle e voci misteriose, scintillio di Cielo e messaggi arcani, annunziavano ai pochi e rozzi abitatori di questa Valle Metelliana, che la Madre di Dio, posando la sua ef­figie sull’umile Olmo, piantato quale vigile sentinella in attesa del prodigio, prendendo possesso in maniera tutta particolare di queste valli, di queste colline, di queste campagne, allora senza paura, veniva a rinnovare tra noi le meraviglie di cui già aveva allietate altre terre ed al­tre sponde, da quella notte sino a tutt’oggi, la sto­ria della vostra città e della vostra prosperità, la storia delle vostre industrie, dei vostri traffici, la storia delle vostre opere di cultura e di carità, è tutta un intreccio mirabile con la storia delle benedizioni e delle meraviglie con le quali Maria ha confortata questa valle da Essa pre­diletta. Questa trama millenaria di storia Cavese rap­presenta un millennio di grazie che la Vergine Santissi­ma dell’Olmo senza interruzione ha prodigato alle vostre famiglie....

Oh, se l’Eco del Santuario, il piccolo periodico, in cui lo zelo del vostro buon parroco ha pensato di registrare con felicissimo intuito le grazie più manifeste di cui Ma­ria continuamente allieta i vostri spiriti, avesse potuto scrivere la sua prima pagina all’inizio di questo millennio prodigioso, a quest’ora l’intera città di Cava non sarebbe sufficiente a contenerne i volumi

Questa storia, se non poté essere fissata sulle carte che il tarlo rode e il vento porta via, voi, o Cavesi, 1’ a­vete incisa nei vostri cuori.........

Roma, la grande, la superba Roma affidò al bronzo il suo carme secolare, ma neanche il bronzo resistette alla voracità del tempo.... Cava, la piccola cittadella di Maria, il suo Carme millenario, l’inno trionfale della sua fede nella celeste Patrona, lo scolpì nel cuore di tutti i suoi figli........

Finché un palpito di vita animerà questa valle, que­sto palpito sarà per te, o Maria......, sarà un palpito di riconoscenza e di gratitudine per te, o Maria!

Cava, la tua Cava, o Vergine Santa, eccola tutta ai tuoi piedi, dal più ricco al più povero, dal vegliardo venerando al bimbo invocante.

Di noi tutti è l’offesa che ladrone estraneo a questa terra a Te ha fatto, o Maria1

A riparare 1’ oltraggio, Cava tutta in un supremo slancio di affetto si è prostrata, in devoto pellegrinaggio di penitenza, al tuo altare.

Nessuna ombra sulla pietà della presente generazione deve gettare il sacrilego attentato. L'anno, in cui Cava si prepara a collocare la sua Regina sopra un grandioso Trono di Fede, deve passare alla storia senza macchia di sorta. Se mano nefanda spogliava la Vergine, mille altre mani si leveranno per rivestire di oro e di gemme ancora più preziose la Madre buona, mille cuori si uniranno per restituire alla loro Regina, più splendida la sua corona».

Continuò per più settimane i1 grido di protesta, l'or­rore e l’esecrazione pel sacrilegio, l'ardente volontà di stringersi tutti al grembo materno di Maria per nascon­dere con una visione d'amore la nefanda bruttezza del delitto, la ricerca affannosa universale di riparare pubbli­camente e solennemente, affinché la provincia sapesse che Cava era sempre la città di Maria. Finalmente all'orgasmo del popolo senza pace venne la serenità da un’alta promessa del parroco: «Noi umilieremo una sup­plica ai piedi del Santo Padre, ed egli, quando avrà co­nosciuto il culto vetusto e 1’oltraggio recente alla SS. Patrona, concederà la reincoronazione, che faremo coin­cidere con l’inaugurazione del nuovo trono. Occorrono però nuovi sacrifizi da parte di tutti, e nuove oblazioni »,

Il programma piacque, e valse a sollevare dalla pro­strazione l'anima cavese. Cominciarono anche le nuove offerte di oggetti preziosi, seguendo 1’ esempio del Vescovo, che donò la sua croce col suo laccio d’oro, caro ricordo materno.

Intanto giunsero da Napoli le due prime stupende statue di S. Adiutore e di S. Alferio, che si credette op­portuno di lasciare esposte in chiesa , per dare agio ai fedeli di gustare la primizia di una gioia, e dimenticare.

Dopo un mese arrivarono gli angeli, accolti con eguale mormorio di ammirazione; poiché è una caratteristica dell’ intelligente popolo nostro, gustare subito ciò che è bello. -

Sarà stata un’ammirazione poco consapevole, perché le chiese della, città e le piazze non offrono opere d'arte tali da educare il senso estetico dei fedeli a saper distin­guere la bellezza dalla deformità artistica; ma il plauso unanime, senza esitazione, fu un gran sollievo per lo scultore e per il parroco. Quante volte e in quanti paesi, nel passato e nel presente, non sono avvenuti strani en­tusiasmi per dei mostriciattoli di , scultura o di pittura, e viceversa delle non meno strane nausee collettive per qualche vero gioiello di arte?!

Leggete il famoso libro del Vasari sulle vite degli artisti fiorentini, e avrete motivo di ridere... o di pian­gere... Il popolo nostro non così.

 

 

Ma quale sarebbe stata l’epoca della duplice solennità? Tutti erano d’accordo di rimandarla al 1925 per cento ragioni, tra cui l’economica e l’artistica occupavano i primi posti. Occorrevano somme ingenti e lunghi mesi per trasformare l’altare maggiore e integrare il trono. Il Vescovo però, già designato Arcivescovo di Benevento, desiderosissimo di mandare lui a termine l’opera di glo­rificazione della Vergine, con la paterna autorità, alla quale nessuno sa resistere, insistette perché tutto si com­pisse in quest’anno.

Allora il parroco chiamò a raccolta tutte le sue ener­gie, fece appello agli amici, ai più assidui devoti di Ma­ria, ai facoltosi, alle autorità, per ottenere aiuti ed inten­sificare i lavori preparatorii.

Si costituì un Comitato straordinario, intorno a tre membri della Giunta Diocesana, e se ne affidò la presi­denza al Commendatore Avvocato Salvatore De Ciccio, che dimostrò poi forti attitudini organizzative ed opero­sità giovanile; si aprirono le pratiche curiali per ottenere dalla Santa Sede la duplice grazia della 2a Corona sulla fronte di Maria e della presenza di un Cardinale per compiere l’augusto rito; si moltiplicarono le braccia per impiccolire e rendere liturgico 1’ antico altare maggiore, e avvicinarlo alla base del monumento, lasciando così più ampio il presbiterio, e per eseguire gli stupendi portali ai due lati, dove non sai se più ammirare la materia o 1'arte. -

Qui dovrei narrare la fatica quotidiana, indefessa, au­dace del Comitato, in seno al quale i Padri Filippini ogni sera, per un mese continuo, ascoltarono il resoconto quo­tidiano ed alimentarono la fiamma. Il programma del Co­mitato era complesso: raccogliere subito non meno di quarantamila lire; invitare tre Bande musicali, compresa quella militare del Corpo d’armata1 di Napoli, curare in tutti i loro particolari gli addobbi del Duomo e del Corso Umberto, gli archi delle luminarie a lampadine elettriche per tutta la Città e specialmente in piazza Duomo; rice­vere in maniera degna S. E. il Cardinale D. Luigi Sin­cero, il cui nome ci era stato già comunicato dalla Se­greteria di Stato; e in ultimo pensare ai fuochi, ai quali i popoli del mezzogiorno non sanno rinunziare. Ma i documenti, che pubblichiamo nella seconda parte di questo bollettino straordinario, ce ne dispensano. Solo sentiamo il bisogno e il dovere di porgere in nome della cittadi­nanza, della cui riconoscenza siamo interpreti sicuri, un omaggio di lode e di plauso ai Signori componenti il Comitato, dei quali segniamo i nomi, come certamente sono segnati nel cuore della Madre comune:

Prof. Raff. Baldi

Ing. Capano

Cav. Michele Coppola

Comm. Avv. Salvatore De Ciccio

Prof. Gennaro De Filippis

Gaetano Jovane

Cav. Dott. Fortunato Pisapia

Rag. Benedetto Pisapia

Pietro Pisapia

Emilio Scandone

Luigi Senatore

Dott. Errico Salsano

Michele Romano

 

Dapprima si stabilì la solennità per 1'otto settembre; poi, nonostante il buon volere di tutti, si constatò 1’assoluta impossibilità di essere pronti per questa data!

Era giunto il carro con i cassoni che chiudevano l’al­bero di bronzo, decomposto, e. la terza statua, di S. Fran­cesco da Paola; ma mancava la quarta, cioè S. Filippo. E poi tutti gli altri preparativi richiedevano ancora tre o quattro settimane di intenso lavoro. D'altra parte la feb­brile attesa della cittadinanza e 1'ansia di non spostare la tradizionale data, della festa, che da secoli, è coincisa sempre con la ricorrenza della Natività di Maria, 8 Settembre, non consentivano indugi. Allora il Comitato lanciò al paese il seguente manifesto, che raggiunse lo scopo di calmare gli animi

 

Concittadini,

Cava, incanto gentile di natura e perenne primavera di fede, conca di nostalgiche bellezze e fervore di oneste fatiche, che con la storica Badia risale il corso degli evi e con le giovani industrie e gli studi si slanciò. audace nell’avvenire, Cava ha una tradizione stupenda di nobiltà, perché nacque e si evolve intorno al sacro Olmo, donde sorrise Maria. La Vergine dell’Olmo é dunque la madre di Cava, la celeste giardiniera di quest'angolo della Campania Felice, la divina custode delle virtù antiche, che, mentre la civiltà si avanza, restano tra noi imperiture.

Quest'anno un'ignota mano sacrilega, certo non ca­vese, osò nella notte strappare la corona dalla Fronte augusta e portar via gli ori e le gemme, che ornavano la dolce Immagine, doni e testimonianze di mille anime pie.

L'oltraggio fece sanguinare il cuore della città, che deve e vuole e già si accinge a riparare cristianamente, nel prossimo settembre.

Dove spogliò l'avarizia, già affluiscono le generose offerte; dove demolì l'odio, riedificherà l'amore. Ogni figlio ritroverà se stesso, supererà se stesso!

Chi ama sua madre, intende, e risponderà a questo grido della millenaria anima cavese.

Francesco Jerace il possente animatore del marmo, di cui fu detto che, quando scolpisce parla, ha ele­vato alla Vergine un trono, nel quale simbolicamente si assommano il mistero, la storia e la gloria, i ricordi e le speranze della Valle Tirrena: S. Adiutore, 1'età arcaica, S. Alferio, il medio evo, S. Francesco di Paola e S. Fi­lippo Neri, l'età moderna, sintetizzano le quattro pause memorabili del Santuario, e conclamano con soavità solenne le lodi della Vergine benedicente la città dall’Olmo mentre due voli di Angeli si prostrano adorando.

Ma l’evento davvero inobliabile sarà questo: un Emi­nentissimo Porporato tra la gloriosa corona dei Vescovi regionali, in nome del S. Padre, coronerà di nuovo l'immagine.

 

 

Concittadini,

Per la straordinaria complessità dei preparativi, siamo costretti a rimandare di pochi giorni l'epoca della festa. Intanto si dispongano gli animi al faustissimo avvenimento, che chiamerà da città vicine e lontane folle di pellegrini a contemplare il miracolo dell’arte, a venerare il miracolo della Fede, e ognuno senta alto il dovere dei sacrifici.

Chi più ha, più dia! Chi meglio sperimentò la soccorrevole carezza della Madre, più sia riconoscente!

Pensate che dieci secoli di storia, cinquanta gene­razioni di devoti, dalle volte del Santuario dell’Olmo, osservano, e condanneranno i cuori sordi a questo fraterno appello.

             IlComitato

 

Il fervore crebbe con la febbre di fare presto; sicché dopo appena dieci giorni si poté fissare la data dell’ av­venimento per il 28 Settembre. L’annunzio si sparse su­bito in provincia, ed il Comitato, prevedendo il confluire di pellegrini dalle città dei dintorni, prese gli opportuni accordi con la direzione della tramvia.

L’ attesa del nostro buon popolo divenne più forte, quando cominciò a vedere per il corso gli straordinari preparativi di addobbi e di archi di luce; e toccò il pa­rossismo, allorché manifesti diramati dal Comune e dalla Giunta Diocesana diedero la lieta novella, che a coronare la Vergine il Santo Padre avrebbe mandato un Cardinale, ed invitarono associazioni, sodalizii e tutta la cittadinanza a trovarsi la sera della Vigilia sulla piazza della Stazione per ricevere degnamente l’Eminentissimo Principe.

Venne il giorno sospirato. Il prodigioso Quadro della Vergine, nelle ore pomeridiane del Sabato 27 Settembre, con una raccolta e quasi triste processione di penitenza fu portato dal Santuario al Duomo. La gente gremiva le vie e si inginocchiava al passaggio della gran Madre, sof­frendo nel vederla così squallida, senza i preziosi doni dei secoli. Nella Cattedrale, il Quadro Santissimo fu ele­vato sul trono provvisorio, e intorno ad esso cominciò la veglia dei fedeli, che si protrasse per tutta la notte.

Intanto imbruniva, e a gruppi o a schiere, dai vil­laggi e dal borgo, giungevano e si addensavano sul viale della stazione migliaia di persone. Ad un certo momento si videro le guardie aprire un passaggio attraverso la folla, perché giungevano le autorità: il nostro Vescovo, l'Abate della Santissima Trinità, il Commissario Prefetti­zio, S. E. Monsignor Petrone, Vescovo di Pozzuoli, ciascuno col suo seguito.

Il treno arrivò puntualmente in orario. Quando ìl fischio lo annunziò, fu tale la gioia del popolo, che, non sapendo più contenersi, a fiumi, scavalcando i cancelli e le palizzate, si riversarono sul marciapiede lungo il bina­rio. Il treno si ferma, si apre uno sportello di prima, e con gran semplicità, salutando e benedicendo, tra gli evviva ed i battimani della calca, scende la maestosa figura del Cardinale. Nell’ augusta solennità della Porpora, pio e sorridente come il più dolce dei padri, entrò nella sala di 1a  classe, che l’Amministrazione comunale aveva son­tuosamente adornata di tappeti e di verde, e là ascoltò il nobile saluto di omaggio che il Commissario Preféttizio gli diede in nome di Cava; a cui rispose amorevolmente.

Poi salì nella prima delle vetture di gaia, che atten­devano, e si formò il corteo di onore tra due interminabili ali di gente che ad alte grida osannava al Pontefice, alla Chiesa cattolica, all'Eminentissimo, e sopratutto alla Vergine Santa dell’Olmo. Le carrozze procedevano lente; né si sarebbe potuto altrimenti, perché tutti cercavano avvicinarsi e veder da presso il grande Porporato, il quale con sovrana condiscendenza pensò di levarsi in piedi, per vedere ed esser visto da tutti, per benedire ed essere be­nedetto da tutti.

Si arrivò in piazza Duomo. Due luminosi archi di trionfo, la facciata dei Duomo splendida nei disegni di luce che davano risalto alla severità delle sue linee ar­chitettoniche, le ariate dei portici ed i balconi ricca­mente addobbati ed illuminati, specie le finestre del pa­lazzo Vescovile che avrebbe ospitato il Cardinale: questo superbo colpo d’occhio sorprese e commosse il Principe, che di li a poco, quando la folla enorme con i suoi ev­viva lo chiamò per rivederlo, volle da un balcone del palazzo dire tutta la sua esultanza per la grandiosa ma­nifestazione di fede, con cui Cava si preparava alla festa del domani.

A mezzanotte, secondo era stato annunziato, il parroco del Duomo celebrò la prima messa, e al momento della Santa Comunione pronunziò un colloquio, al solito, eloquentissimo, per meglio disporre le centinaia e centi­naia di fedeli a ricevere la santa Eucaristia. Per il resto della notte, e poi nelle ore diurne fino alle 10, si celebrarono in continuità messe di gloria alla Vergine: poi si fece pausa, per dare luogo al solenne Pontificale.

Un’orchestra formata da autentici maestre di canto e di musica, diretta dal’ nostro valoroso concittadino Prof. Gaetano Grieco, intonò 1'Ecce Sacerdos, ed apparve il Cardinale. Brillavano sui cuscini di seta le nuove splen­dide corone, di cui il generoso e pio Cav. Schettino di Napoli aveva curata la fusione e la cesellatura pregevo­lisima, aggiungendovi il dono spontaneo di tre gemme preziose; brillavano e attiravano la curiosità universale. Sulle decorazioni dei pilastri spiccavano bianche le iscri­zioni in distici latini che il Prof. Marco Galdi con calda ispirazione cristiana aveva dettate per il monumento.

Sua Eminenza, nella pompa dei più sontuosi para­menti sacri, si avanza all'altare, e la Messa comincia.

Mai si è avuto nelle nostre chiese un eguale raccoglimento, una simile ansietà di preghiera. Dopo il van­gelo ad alta voce viene letta la Bolla Papale che concede la facoltà della seconda incoronazione. Poi si leggono altri documenti; e intanto il solenne Pontificale continua. Finalmente giunge 1'istante sospirato, il minuto che ac­coglie in sé più gioia e più vita di un secolo. Il Cardinale scende dall’altare, sale gli scalini del trono della Vergine, e depone sulla fronte della Madre e del Figlio il duplice diadema. -

I cuori delle migliaia di fedeli tremavano per l’emo­zione, il silenzio era divenuto più profondo, la vita di tante anime era tutta negli occhi che fissavano 1'Imma­gine redimita di novella gloria. Ma a un tratto la gioia non seppe più contenersi, ed un grido altissimo proruppe dai petti esultanti: Evviva Maria.

Ritornò il silenzio, e l'illustre oratore Monsignor Petrone, Vescovo di Pozzuoli, apparve sul pergamo. L'ec­cellentissimo Presule non disse, ma cantò le lodi di Ma­ria, con così alta ispirazione e così dolce tenerezza, che la mezz’ ora di viva attenzione del vasto uditorio passò con la celerità d’ un attimo, e fu un’estasi. Colpì e com­mosse specie il suo volo lirico, quando, dopo di aver ricordato il furto sacrilego, esclamò: O felix culpa, vedendo in essa la causa, sebbene negativa, della solennità pre­sente.

In conclusione del gran Pontificale, S. E. il Cardi­nale impartì la Benedizione Papale, ed intonò il Te Deum. Oh, con quanta maestà il cantico immenso di S. Ambro­gio riempi le grandiose navate bianche del nostro Duomo, che mai forse accolse sotto l'ampiezza delle sue volte gigantesche tanta gioia e tanta speranza!

Nel pomeriggio la Regina di Cava doveva far ritorno al suo Santuario. Quando ripenso al Corteo formatosi a precedere ed a seguire il cammino trionfale della sacra Immagine, una similitudine viene spontanea alla memoria: il Corpus Domini Cavese.

Alle 18 cominciò la processione. Precedevano i due­cento giovanetti esploratori che l’operosissimo Monsignor Ferrara ci aveva condotti da Salerno. Seguivano in ordine lunghissimo le confraternite laicali nei candidi camici dai ricchi merletti , su cui ricadevano le caratteristiche mozzette scintillanti di arabeschi d'oro. Dietro di loro si avan­zava tutto il clero di Cava; dopo del quale il Capitolo Abaziale della SS. ma Trinità ed il Capitolo mitrato Car­dinalizio del Duomo di Salerno. In ultimo, facevano co­rona all’Eminentissimo Cardinale l’Arcivescovo di Salerno, i   Vescovi di Cava e di Nocera e 1'Abate della SS.ma Trinità. La Giunta Diocesana insieme ai Signori del Co­mitato Cittadino ed a quelli del Comitato per la Festa formavano la guardia di onore intorno al Santissimo Quadro.

Trionfalmente la Vergine percorse tutta la città da San Vito al Santuario, benedicendo le case, le industrie, le famiglie, le gioie e i dolori dei suoi figli, e ventisette-mila cavesi erano tutti intorno alla Madre. Finanche i contadini ed i montanari dei villaggi alpestri erano scesi giù dalla montagna nei loro abiti di festa, uomini e donne, vecchi e fanciulli: i nostri bei portici assiepati rigurgitavano. Si aggiungano le carovane di gente arri­vata da Vietri, da Salerno, da Nocera, e si avrà un’idea esatta della folla di quella sera memorabile. I balconi aperti sul Corso illuminati con lampadine variopinte erano adorni tutti di festoni di fiori e di drappi magnifici. I suoni delle tre musiche si alternavano coi sacri cantici, e con le strofe alate degl'inni che le associazioni catto­liche maschili e femminili cantavano, chiudendo il corteo dietro i loro serici stendardi multicolori.

Vi sono idee o avvenimenti che hanno la potenza magnetica di rapire gli uomini in un orizzonte più alto, fuori, delle piccole miserie quotidiane: allora ridiveniamo puri e ci sentiamo fratelli. Durante il passaggio della Ma­terna Trionfatrice il 28settembre la Famiglia si ricompo­se; le mani di vecchi nemici si ricercarono nella comune letizia. Forse finanche gli spiriti degli avi, reduci dai silenzi del passato, vennero e aleggiarono sulla folla per radunarsi intorno alla Madre e portarle i fiori della gra­titudine, 1'omaggio dei secoli.

Tutte le campane del borgo e dei villaggi sonavano a festa, voci liete e voci gravi, grida di fede, richiami d'amore, dall'alto delle colline o dal fondo delle valli, vicine, lontane, squillando, rombando, clamando. Sussulti di gioia, ondate immense di gioia si susseguivano per il cielo, che gli spari dei Castello punteggiavano ad inter­valli isocroni, come se misurassero il tempo della felicità suprema.

Si giunse al Santuario. Le porte aperte mandavano lontano fasci di luce. L'Immagine Materna avanzò verso 1'altare maggiore. Un gran coro dall’ organo intonò il Magnificat, e il velario cadde a rivelare quel miracolo di marmo e di bronzo che è il trono. Fu un mormorio di stupore della folla, e P. Schiavo, sentendo di raccogliere in quell’attimo il premio di tante fatiche, aprì le braccia al grande scultore Jerace, che se ne stava umile in tanta gloria, in un angolo del Coro.

Il Quadro fu elevato nel denso fogliame dell'Olmo, mentre 1'anima dei fedeli genuflessi risaliva il corso dei secoli gustando la dolce idilliaca poesia delle nostre ori­gini. Fu una festa intima dei mille cuori, quando lassù riapparve la divina Immagine nel gemmeo fulgore del 2° diadema scintillante. E il Cardinale parlò. La sua pietà profonda di gran figlio di Maria fu palese fin dalle prime parole del discorso inobliabile, e ci conquise.

L’ anima dell'Uomo di Dio la sentimmo vicina alla nostra, quando lodò la fede di Cava; e ci elevammo in alto con Lui, quando tenerissimamente pregò la Regina dell'Olmo per l'avvenire di questo popolo suo. Parole d’oro, pensieri di dolcezza e di sapienza! Così forse pre­garono S. Alferio e S. Filippo e gli altri due padri della civiltà nostra, che ora vivono eterni nel marmo a piè dell'Olmo nel monumento!

Il lunedì 29 fu non meno solenne della domenica. Il popolo fin dalle prime ore del mattino gremì il Santuario. Quand'ecco corre per le vaste navate un mormorio di sorpresa, la notizia inaspettata: Arriva il Cardinale!

L'Eminentissimo Principe realmente apparve sulla porta col suo seguito: attraversò la folla e si genuflesse presso 1'altare maggiore a pregare. La sua pia in­tenzione era solo di venerare la sacra Immagine prima di partire; ma poi nel rialzarsi in piedi, vedendo gli occhi di tutti ardentemente rivolti a lui, quasi per suppli­carlo di parlare, ed avendo dal canto suo il cuore riboc­cante di ammirazione, di tenerezza, di gratitudine, salì sull’altare, e pronunziò, come l’anima dettava dentro, una improvvisazione meravigliosa di commiato. Potrei ripetere il verso del Poema Sacro: che la dolcezza ancor dentro mi suona.Il Venerando Uomo tra le altre cose tenerissime disse che era lui a ringraziare noi per averlo invitato ad assi­dersi con così devota adunata di fedeli ad un simposio di amore; ed aggiunse che mai avrebbe dimenticato l’en­tusiasmo della nostra accoglienza; e concluse che sperava di poter tornare per rivedere questa gran famiglia all’om­bra dell’Olmo sacro di Maria.

Allora non sapemmo contenere 1’ impetuosa letizia della promessa, e un uragano di applausi e di evviva coronò la sua infiammata eloquenza. L’Eminentissimo poi si ritirò, e cominciarono i preparativi del pontificale di Mons. Niccolini, abate della SS. Trinità.

 

La storia di Cava, e più ancora la storia del Santuario, sono intimamente collegate con la storia della Badia ca­vense, perciò il nostro Vescovo molto opportunamente pregò S. E. l’Abate per il primo Pontificale a piè del monumento. Né poteva mancare 1'infaticabile cooperatore di lui, il preside del Liceo-Ginnasio benedettino, Mons. Colavolpe, che ascese il pergamo, e da storico, da mistico, da poeta rapì 1'uditorio nel periodo remoto delle origini, quando a piè dell’Olmo nacque Cava, e S. Alferio ne vegliò la culla. L'oratore insigne poi rievocò i secoli a noi più vicini, quando l'adolescenza della città, satura di fede, fiorì fervida d’industrie seriche e murarie sotto il duplice raggio del celebre Cenobio e del non meno celebre San­tuario. E concluse, con grandioso impeto di veggente, salutando l’avvenire della città di Maria, più luminoso del passato e del presente, sotto 1’ usbergo invincibile della Fede.

Per il resto della giornata, molti pellegrinaggi devoti, Messe celebrate senza interruzione, e la sera Vespri So­lenni.

Dovrei parlare anche dei fuochi pirotecnici; ma vi prego di dispensarmene. Potrei scusarmi del silenzio di­cendo che non li ho visti; ma è sempre meglio dire la verità, anche quando dispiace a chi legge o ascolta. E la verità... Voi la sapete!... Ve l’ha detta S. E. il Vescovo, ve 1'hanno ricantata i Parroci a più riprese. Non occorre che la ripeta io.

Per una settimana continuarono i devoti omaggi all'altare di Maria; e nell’ottava le indimenticabili feste si chiusero con un Pontificale del nostro Vescovo e con un suo discorso, come sempre dettato dall’amore. Ci è caro salvare dall’oblio quel poco che la pigra memoria ricorda:

«Consentitemi, fìgliuoli carissimi, di rivolgere una pa­rola di viva gratitudine a quanti, tra ogni sorta di diffi­coltà, sorretti da una fede non comune, aiutarono ad innalzare questo trono, il quale, più che cantare le glorie di Maria, dirà alle lontane generazioni che Cava del secolo vigesimo, quando ogni credenza civile e reli­giosa sembrava scossa, e ogni idealità sembrava affogare nelle più desolanti dottrine, tenne alta la fiaccola divina e compì questo prodigio di amore. Prodigio di amore è questo trono che spinse i figli alle follie dell’entusiasmo, e mosse la Madre a compatire, a supplire all'impotenza del loro entusiasmo. A Maria, figliuoli carissimi, dobbia­mo la gioia di questo trono. Se essa non avesse voluto, sterile, inefficace sarebbe rimasto il nostro entusiasmo.

Nessun ricordo deve turbare 1'esultanza di questa sera... Eppure, ricordate.., la prima pietra di questo Trono maestoso fu gettata, quando non era stata assicurata neppure la piccola somma sufficiente a pagare la prima manata di calce. Ma di che cosa non è capace la Fede? Amore non conosce difficoltà... E vivificata dalla Fede, percossa dall'amore, anche la rupe del deserto si squarcia per versare torrenti di acqua limpidissima. La Madre dall'alto dei Cieli benedisse la pietra posata nei sotterranei profondi del suo Tempio... e da quella pietra, quasi per incanto, sorse il grande piedistallo.

Quasi di sorpresa si slanciarono fino ad urtare la cu­pola, nello sforzo di raggiungere il Cielo, le meravigliose colonne dalle iridescenze policrome , e sopra vennero a posarsi gli Angeli in raccoglimento di preghiera, e in attesa della Regina Celeste. Rilucevano i marmi, pregavano gli angeli, ma la Regina tardava. Nella penosa attesa avanzano i due santi Adiutore ed Alferio: il Vescovo perseguitato che dai lidi Africani, temprato ai travagli dell'Apostolato, prima venne a rischiarare queste terre con la luce del Vangelo, 1'Abate che dalle contempla­zioni della grotta fu chiamato a testimoniare i primi prodigi della Vergine Santissima in mezzo a noi.

Mancavano però i custodi del Santuario, i santi che dovevano assicurare il culto di Maria in questo tempio, facendone quasi un legato sacro alle loro religiose fami­glie dei Minimi e dei Filippini. Prima S. Francesco di Paola dall’aspra Calabria, e poi S. Filippo Neri dalla gentile Firenze vennero a completare la famiglia che Maria desiderava ai piedi del suo Trono, perché fossero testimoni perenni delle sue grazie.

E quando i rappresentanti della terra ebbero fusi i loro sospiri con la preghiera degli Angeli, ecco la Madre -buona...e la Vergine Santa tornare raggiante nelle sue corone a riempire della sua presenza non solo questo Santuario, ma la città intera, perché tutta Cava è un Santuario di Maria.

Maria, dopo avere rinnovata la presa di possesso della Sua città, torna e si posa sopra un albero, non più di legno, soggetto alle intemperie, ma sopra un albero di bronzo che sfiderà i secoli, e mentre ricorderà la pianta scomparsa, dirà il monito del suo simbolismo. Come all’olmo gli uomini della terra maritano la vite, così a Gesù, la vite divina sanguinante dalla Croce, noi dobbiamo tenere strette le anime nostre, se vogliamo che esse non vadano sperdute come tralci secchi ed inutili.

Maria non ha voluto i consueti troni marmorei, che mentre costituiscono una dubbia espressione artistica, nulla dicono ai nostri cuori. Essa ha voluto un monu­mento che fosse realmente un monito e indicasse il vero omaggio di culto che Essa desidera. Maria è sempre l’aurora splendida, che annunzia e porta il Sole Eucaristico. Ad Jesum per Mariam!

Grato a voi, figliuoli dilettissimi, per quello che a­vete dato e per quello che darete ancora, alla vostra am­mirazione e ai dolci ricordi del vostro cuore vorrei se­gnalare quanti a questa maestà di monumenti amorosa­mente portarono un contributo d’intelligenza, di sudori, di speciali generosità..., non solo per inciderne i nomi nei vostri cuori a ricompensa, ma per animarvi a confidenza, a fiducia.

Il bene tosto o tardi trionfa sempre, e trionfa non soltanto degli ostacoli e delle difficoltà, ma ancora degli animi e dei cuori.

Son passati appena due anni ed eccoci all'esultanza di questa sera. Quella che gente di poca fede disse uto­pia di menti esaltate, oggi è realtà di tripudio, trionfo di Fede ! »

                                      Sac. Giuseppe Trezza